LO STRANO MODO DI INTERPETRARE IL MANDATO ISTITUZIONALE

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Ieri gran gazzarra alla Camera dei Deputati. Lo scontro, alla fine anche fisico, prende corpo quando prende la parola in Aula il Capogruppo della Lega Nord, Reguzzoni per accusare di imparzialità il Presidente della Camera Fini per una sua “uscita”, nel corso della trasmissione TV “Ballarò”, trasmessa martedì 25 ottobre scorso.

Andiamo all’antefatto:   Il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini ha partecipato ieri alla trasmissione di Raitre, Ballarò, dove in un suo intervento aveva citato l’esempio della moglie del segretario della Lega Nord, Umberto Bossi, “che è andata in pensione nel ’92 a 39 anni”.

A questa affermazione ha risposto il Ministro Gelmini, presente nella trasmissione, esprimendo tutto lo sdegno della maggioranza di governo e suo personale per l’inopportunità del momento, per la carica istituzionale che ricopre, per averla fatta nei confronti di un ministro della Repubblica, peraltro assente. E li un gran battibecco tra il Presidente della Camera ed il Ministro, sino all’estremo, quando il Presidente della Camera, con uno stile ormai sceso al livello dello zerbino del bagno, parafrasando una canzone degli anni sessanta ha detto: “la verità ti fa male, lo so”.

Dopo tutto questo, nessuno poteva pensare che la cosa rimanesse nell’ambito della trasmissione ed infatti, puntuale, in mattinata, Bossi, che ovviamente nera stato informato, avvicinato da un giornalista, alla domanda se fosse a conoscenza di quanto era accaduto nel corso della trasmissione televisiva, ha replicato dicendo che la maglie era andata in pensione nel pieno rispetto della legge vigente e, pertanto, nulla gli poteva essere addebitato. Nei confronti di chi questa storia riesumata nel tentativo di voler tirar gettare fango, Il ministro Bossi, senza nessun riguardo alla terza carica dello Stato, lo ha “mandato a quel paese”.

Ma, quell’episodio aveva ancora ulteriori strascichi: come anticipato, il seguito è avvenuto alla Camera. E’ qui che entra in gioco l’intervento di Reguzzoni: “Quelle di Fini sono dichiarazioni politiche. Cos’atro sono quando dice che il governo si deve dimettere? Al più lui può dire lui può dire il Governo venga a riferire in Parlamento”. E, mentre i deputati della Lega urlavano “dimettiti” rivolti verso il Presidente della Camera. A quel punto la zuffa e la sospensione della seduta.

Lo spettacolo, oltre che irriguardoso nei confronti dei cittadini italiani, ha superato il limite della decenza anche per il fatto che proprio ieri il nostro Paese era al centro dell’attenzione mondiale per la riunione a Bruxelles dove il nostro Presidente del Consiglio stava perorando la causa del risanamento economico del nostro Paese.

Una cosa credo sia chiara a tutti: Fini è l’ultimo a poter dare lezioni di buon comportamento. Le vicende venute a galla durante tutto il percorso della casa di Montecarlo, vedi contratti milionari per lavori RAI affidati ad una società della pseudo suocera che, di tutto saprà ma di spettacolo può garantire per lei.

La cosa migliore, se ne avesse il coraggio, sarebbe quella di scendere in campo senza il paravento istituzionale ma, chi lo conosce sa bene che questo non lo farà mai perché, pur nei suoi limiti, capisce che per lui è finita, gli spazi che gli sono rimasti sono talmente stretti che se alle prossime elezioni si presentasse da solo mai raggiungerebbe il quorum. Allora si che la vita diventa grama. Cosa farebbe, visto che oltre al riparo della politica nulla sa e può fare. Il giornalista? E su quali giornali ha mai scritto oltre al Secolo giornale che era del suo partito?

Gianluigi Paragone – La brutta copia di Michele Santoro

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Venerdì scorso,  in una mia fase notturna di zapping mi sono  trovato su RAI2, nel bel mezzo di una rissa verbale, sapete di quelle tipo Santoro di “Anno Zero”.

Appunto, un Michele in sedicesimo che urlava in faccia all’On. Stracquadanio del PdL che la Rai non era sua .  Si tratta della trasmissione di Gianluigi Paragone nel suo format “l’Ultima parola”.

Cosa era successo (Sono andato dopo a vedermi la registrazione della trasmissione)? La trasmissione apre con due immagini di Silvio Berlusconi che sonnecchia a fianco del Presidente della Repubblica mentre si parla di crisi economica. Al termine del servizio appare il conduttore che con un cenno interrompe l’applauso del pubblico che era partito non si sa bene se per l’apparizione di Paragone o per le immagini del Premier, dicendo: “ State fermi per non svegliare il premier che dorme, altrimenti – continua- bisognerebbe spiegargli che la disoccupazione  cresce…”.  L’On. Stracquadanio ritenendo la frase oltraggiosa nei confronti di Berlusconi, gli ha replicato che era evidente che il giornalista si stava preparando un nuovo futuro, cioè stava saltando sul carro di un prossimo ipotetico vincitore.  Ecco l’esplosione fatta sul viso dell’Onorevole dal peggior Santoro. Paragone: “ Dovete piantarla, perché la RAI non è vostra! Io sono entrato con i voti del centrodestra, ma non ho il prezzo all’orecchio”.

E’ bene ricordare che il nostro conduttore, già vicedirettore del giornale “La Prealpina”, promosso sul campo direttore de “La Padania”, quindi Vice direttore e condirettore di “Libero”, era stato raccomandato e voluto da Bossi in Rai per fare il Vice di Minzolini sul TG1, passato subito su RAI2, si diceva, per bilanciare (si fa per dire) “Anno Zero” di Santoro-Travaglio con “L’Ultima Parola”.

Torniamo alla trasmissione: Ormai il dado era tratto. La trasmissione aveva preso la sua piega che in parte era già preparata. Non vi erano i soliti ospiti, erano presenti DiPietro, Cremaschi della FIOM, Stracquadanio, Urso e Magnaschi, direttore di Italia Oggi, poi un ampio corollario di pubblico appositamente scelto.

Nel momento della zuffa si capisce che Paragone è totalmente entrato nella “parte” di antiberlusca, tanto da riprodurre un clima da miglior Santoro. Un’arena dove lui vorrebbe fare il mattatore ma, la facilità all’ira, la perdita delle staffe, lo limitano rendendo quella specie di emiciclo più simile ad un gallinaio che a quell’arena che avrebbe voluto riprodurre.

Si è proseguito con il taglio previsto dal copione: intervista ad una rappresentanza di operaie della OMSA, licenziate per la delocalizzazione in Serbia del calzificio di Faenza; un imprenditore che denunciava le difficoltà che gli venivano imposte dai ritardi nei pagamenti dalle Pubblica amministrazione e quindi dallo strozzinaggio praticato dalle banche; si parla di black block; non poteva mancare un collegamento pro anti TAV e di operai in cassa integrazione. Serafica la calma di DiPietro che , evidentemente, si sentiva già ben rappresentato.

Morale: è vero che qualche volta le due estreme si toccano, Paragone sembra abbia superato quella barriera immaginaria, riflettendo sorge un dubbio: che il nostro giornalista padano doc abbia realizzato che usando certi atteggiamenti alla fine questi pagano? Se il prezzo da pagare,  agli ideali e alla professione, diventando anche martire della RAI, comporta una liquidazione milionaria, alla fin fine, si può anche dare un calcio alla coerenza.

 

MA PERCHE’ MASSACRARE UNA CITTA?

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Mi torna veramente difficile trovare le parole per esprimere il sentimento che si impadronisce nella mia mente nel vedere, ed ancora rivedere, le immagini della mia città devastata da elementi per i quali è difficile trovare un aggettivo che li rappresenti per quello che hanno fatto e che sono.

Roma è la mia città, quella dove sono nato e dove ho vissuto tantissimi anni della mia vita, la città che ho lasciato perché allora stentavo a riconoscerla nei suoi mutamenti, ma che ritorna ad emergere nel mio cuore quando sono costretto a vedere quale affronto stanno compiendo nei suoi confronti.

Come figlio di quelle vecchie mura, il sentimento che nutro non può che sentirsi ferito per lo scempio che solo un’orda di animali selvaggi impazziti  può compiere al suo passaggio. Chiedo perdono a Dio ma il sentimento che ora ho in me non mi consente di fare distinzioni: non riesco a vedere bianchi, neri, rossi o altri colori, in questo momento vedo solo la mia città che già tanto ha dovuto patire nel corso di questa nostra repubblica (parlo della mia vita) ed ancora non trova pace e continua ad essere violentata, così come lo è stata nel susseguirsi della sua storia.

Negli anni sessanta si lottava per Trieste italiana. Le manifestazioni di giovani qualche volta andavano a finire in sassaiole tra neri e rossi. Poi venne il sessantotto e quindi le brigate rosse, le lotte sindacali. Sono sempre stati tempi duri per Roma, sono stati in tanti a volerla martorizzare, ma il suo martirio non è mai stati diretto bensì conseguenza. Lo scontro tra fazioni coinvolgeva anche la città ma nessuno ha voluto colpirla mai direttamente per se stessa.

Sicuramente siamo cambiati tutti noi. Prima si manifestava per qualcosa, per un’idea, per ottenere un miglioramento contrattuale, per la casa, per la scuola, un motivo c’è sempre stato, ma, la città, pur subendone i disagi mai era arrivata ad essere obiettivo di nefandezze. Oggi no, oggi qualcuno ha deciso che bisognava prendersela con chi è inerme, con chi vorrebbe ospitarti, accoglierti fra le sue braccia, anche nelle manifestazioni che pur creano disagio, e  bisogna attaccare con tutti i mezzi per distruggere, per travolgere, senza uno scopo preciso, solo per violenza, per soddisfare quella parte animale che è dentro di noi.

Non è possibile permettere che pochi dettino ai molti la barbarie, dobbiamo reagire, la nostra reazione non può essere attraverso nuove manifestazioni che continuerebbero a calpestare quel suolo che è stato già tanto provato, dobbiamo farlo dalle nostre case, dai paesi in cui viviamo e possiamo farlo isolando i vandali nostrani, gli imbrattamuro paesani, facendogli capire che non è più possibile seguitare a su certi comportamenti, bisogna far capire che la violenza non solo non paga ma, addirittura punisce chi ne fa un’arma per scaricare le proprie deficienze.

Cominciamo dalla famiglia, viviamo di più con i nostri figli, partecipiamo alla loro vita, insegniamo  loro quello che ci hanno insegnato i nostri genitori, cioè, prima di ogni cosa, il rispetto per il prossimo e per le cose. In questo modo si costruisce una società migliore, una società giusta, una società vivibile.

SANTA TERESA G. – LE DIMISSIONI DI GIANNI PAGGIOLU

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Ho letto sulla stampa locale, senza grande sorpresa, delle dimissioni dell’Arch. Gianni Paggiolu da assessore alle Opere Pubbliche e Cultura del Comune di S. Teresa Gallura. Sin dall’annuncio della sua partecipazione esterna, da cittadino, l’ho considerata, quanto meno anomala, se non fuori luogo.

Presenza anomala perché Santa Teresa aveva bisogno di “nuovo” dopo il quinquennio sabatico dell’Amministrazione Bardarzellu ed i danni di quella che la ha preceduta, della quale faceva parte lo stesso Arch. Paggiolu, anche allora con incarico di responsabilità. Per questo, si da allora ritenevo che  quella presenza poteva solo rappresentare un ingombro alla necessità ed al desiderio di cambiamento cuii cittadini aspiravano e per il quale hanno dato consistente fiducia alla lista guidata da Stefano Pisciottu.

La Giunta Pisciottu non ha certo bisogno di una difesa di ufficio, sembra però che i motivi addotti dall’Assessore dimissionario, poco o nulla abbiano a che fare con la conduzione dell’Amministrazione. Secondo Paggiolu – riporto quanto virgolettato da L’Unione Sarda-: “Non c’è stato l’annunciato cambio di rotta sul fronte della gestione urbanistica, è venuto meno il clima di collaborazione e reciproco impegno, con ruoli poco rispettati e confusi”.

Se questi sono i reali motivi che hanno spinto alle dimissioni l’ex Assessore, sembrerebbero abbastanza scarsi. Sembrerebbe piuttosto che il motivo sia dovuto più al fallimento delle aspettative che erano state riposte non solo nel tecnico ma anche nel politico che, proprio per la fiducia che era stata accordata alla sua funzione, abbia travisato il motivo di collaborazione che viene richiesta in questi casi, con la presunzione di essere il Deus ex machina, perno sul quale avrebbe dovuto ruotare una Giunta satellite.

Almeno, questo è quanto traspare dal comunicato firmato da tutti gli eletti della maggioranza che ha espresso la Giunta  Pisciottu. In quel documento scrivono: “Riteniamo che se si ha la volontà di cambiare le cose occorre mettersi in discussione, scendere dal piedistallo della teoria dotta e camminare in mezzo alla gente, affrontando con impegno e serietà i piccoli e grandi problemi di tutti i giorni…”. E proseguono: “Non farlo significa trovarsi fuori dalla realtà, dimenticare che la vera essenza della politica deve essere il raggiungimento del bene comune…..”.

 A parte la presa di posizione espressa nel documento che è stato citato e sul quale viene anche elencata l’attività svolta in questo scorcio di amministrazione, cosa non indifferente  tenuto conto delle difficoltà dovute ad una crisi economica, fardello che pesa principalmente sugli enti locali, a Santa Teresa qualcosa si è mosso, si ha la sensazione, almeno, che ci siano le premesse per riportare il paese ad uno stato accettabile. Ci sono tante cose da fare ancora e tutti ci auguriamo che sia possibile attuarle. Santa Teresa è paese turistico per eccellenza ed è sullo sviluppo verso quella direzione che vi sono tutte le aspettative, dove tutti confidiamo, venga rivolta l’attenzione degli amministratori.

LA MEDICINA PEGGIO DELLA MALATTIA

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Ieri il Governo e andato “sotto” per un voto, e li, salvati cielo. Per carità, i parlamentari sono pagati per compiere il oro dovere, quello di stare in Aula quando questa è convocata, maggiore è il loro dovere quando questa è convocata ed ancor di più quando ci sono votazioni. Questo vale per tutti, semplici parlamentari e componenti del governo, tanto più che i due Palazzi del Parlamento sono attrezzati per ogni esigenza. Sia la Camera che il Senato, dispongono di locali per i rappresentanti del Governo, adeguati per poter lavorare e nel contempo essere presenti per le esigenze dell’Aula, così come sono attrezzati gli uffici delle Commissioni e dei parlamentari che tutti dispongono di diffusori  acustici per seguire i lavori dell’Aula, inoltre, ogni votazione viene annunciata in tutto il palazzo, con il termine di tempo per raggiungere il posto di votazione.

Cosa significa questo? Presto detto: malcostume.

Chi conosce il Palazzo da dentro, sa bene che questi incidenti sono all’ordine del giorno. Desta meraviglia che editorialisti come Massimo Franco del Corriere della Sera o Marcello Sorgi della Stampa scrivano di “Implosione” della maggioranza, una votazione negativa per la maggioranza, oppure come Stefano Folli di Sole- 24 Ore che scrive: “Non era mai accaduto a memoria, che il rendiconto generale dello Stato, ossia il bilancio consuntivo, fosse bocciato dal Parlamento”.

E’ vero che l’articolo 1 è l’architrave del bilancio  ma è altrettanto vero che è tecnicamente rimediabile.

Gli si vuole dare un significato politico ed in parte lo ha. Quel significato nasce da quei personaggi che non avendo la forza e il coraggio di condurre le proprie battaglie nelle sedi che gli competono, fanno la fronda con azioni di disturbo senza rendersi conto del momento poco opportuno per farsi venire i mal di pancia.

Il riferimento è verso quel Sen. Pisanu che, chi lo conosce dai tempi del Giovanile DC, sa che ora sta dando il massimo dello squallore, seguito a ruota  da quel Scaiola che ha fatto si che ricevessero come distintivo politico quello di “malpancisti”.

Sembra ovvio, in questa situazione, che l’opposizione cavalchi l’incidente. L’ex democristiano  del PD, Francescini, urla; Cesa, parla senza sapere; Di Pietro, grida ma non capisce neppure se stesso. E’ la stampa che maggiormente sta montando la cosa anche se sanno bene, come lo sa il Capo dello Stato, che il solo fatto politico che si è consumato con quel voto, è quella forma di lassismo che si crea quando chi guida molla un po la briglia e consente all’asino di lasciare la strada maestra per percorrere un sentiero fra gli arbusti.

Ieri, la grande responsabilità dell’accaduto, è tutta del Capogruppo e del Direttivo del PdL che non hanno vigilato facendosi prendere in castagna, così come se ne fa vanto, da quel deputato Giachetti, che ha avuto così quel momento di gloria, spostando qualche rappresentante delle truppe cammellate dal Transatlantico all’Aula e viceversa, nel momento studiato.

 E non si vada a dire che quello di ieri, l’incidente, non ha precedenti. Balle. Gli atti parlamentari sono pieni di incidenti simili. Il governo è andato “sotto” su votazioni per provvedimenti di riforma tante di quelle volte e mai si è sentito dire che doveva dimettersi. Oltre tutto mai ci si è trovati in un momento come questo, nel corso di una crisi che non consente di commettere l’errore di rimanere neppure un’ora in vuoto di potere. Chi cita Goria e Andreotti, o lo fa per sentito dire, o è in perfetta malafede. Goria, aveva fatto un governo a termine e, quando fu scaduto il tempo, Goria presidente riteneva di dover  rimanere ed allora fu messo in minoranza dal suo stesso partito. Ad Andreotti accadde unfatto simile ma succedette a se stesso.

Che l’opposizione voglia la testa di Berlusconi, è cosa nota; quello che nelle interviste, nelle dichiarazioni, nei discorsi non si è ancora sentito, è quale nuova maggioranza ci viene proposta, visto che in Parlamento non ve n’è una diversa da quella che attualmente c’è. Quindi, di cosa stiamo parlando?

Ve lo immaginate un governo, sia esso pure di salute pubblica, al quale partecipino Casini con Di Pietro, Fini con i vendoliani e chi più ne ha, più ne metta.

Attenzione, seguendo questa strada c’è il rischio che la medicina sia più letale  della malattia.

 

INTERCETTAZIONI: RISPETTIAMO LA DIGNITA’ DELLE PERSONE

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Da qualche giorno vedo su face book un proliferare di comunicati, stralci di articoli, note rimbalzate, inviti a condividere sulla proposta di legge sulle intercettazioni, quella che ormai in uso comune, chiamano “legge bavaglio”. Il fatto che se parli tanto è la maggior dimostrazione che non esiste bavaglio e che noi italiani non ce lo faremo mai mettere. Totalmente non vi era riuscito neppure il famigerato Duce, figuriamoci oggi. Questa è la migliore dimostrazione che non esiste ne bavaglio, ne museruole: ognuno può scrivere a ruota libera tutto ciò che vuole.

E’ giusto tutto questo? La domanda la pongo a me ma mi piacerebbe sentire anche altri, coloro che si prestano alle ‘campagne in rete’. Mi piacerebbe sapere cosa pensano in proposito se certe attenzioni fossero rivolte verso la loro persona.

Personalmente dovrei sentirmi danneggiato da questo provvedimento legislativo, non fosse altro che per il sostegno dovuto alla categoria cui appartengo, l’Ordine dei Giornalisti. No, non mi sento affatto danneggiato anche se questo sembra limitare il diritto di cronaca. A monte di quel ‘diritto’ ricordo che esiste un codice deontologico che molti, tanti hanno dimenticato. Le intercettazioni, lo dico con convinzione, sono uno strumento impagabile,impareggiabile per le indagini, soprattutto per quelle rivolte verso la criminalità organizzata: ma, pariamoci chiaro, avete mai letto  o sentito sui mezzi di comunicazione telefonate di Provenzano o di qualche boss della camorra o della indrina? E se anche, hanno mai destato interesse? Al pubblico che si indigna piacciono più quelle lunghe conversazioni che intercorrono tra la signorina tal dei tali con la escort pinco pallino, che si raccontano le impressioni, e non solo, del tizio politico, dei suoi comportamenti privati, delle prestazioni. Be, a me queste cose non interessano ne sul piano professionale e tanto meno su quello professionale, perché questa non è cronaca, è abuso. A me, conoscere la vigoria o le tendenze di questo o quel politco o personaggio sia pure pubblico, non è mai interessato, così come non mi interessa se qualcuno preferisce il telefono al letto, sia esso Belusconi o qualsiasi uomo o donna comune. Quelle intercettazioni, quelle di cui si sta parlando, che hanno richiamato il caso sino a dover ricorrere ad una regolamentazione, sono ben altro, sono quello che a casa mia si chiama ‘abuso’. Il problema si è posto perché questo tipo di malcostume nasce da una pseudo fuga di notizie di alcune Procure. Se le stesse intercettazioni provenissero da una fonte privata, allora non ci sarebbe problema, sarebbe già reato  e quindi, perseguibile.

Scrive il Prof. Ruben Razzante, cattolico, docente di Diritto delle comunicazioni per le imprese e i media e di Diritto dell’informazione dell’Università Cattolica, autore di un Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione: “…sono convinto che alcune procure abbiano sicuramente esagerato e che la pubblicazione di certi contenuti sui giornali rappresentino una grave violazione della privacy”. “I diritti da contemperare sono essenzialmente tre: il diritto-dovere del giudice di svolgere le indagini e raccogliere le prove; il diritto del giornalista di pubblicare notizie di interesse pubblico; il diritto delle persone al rispetto e alla tutela dei loro dati personali e sensibili”. Il punto di equilibrio tra questi tre diritti, secondo il Prof. Razzante è: “Il rispetto della dignità umana. Del resto, anche il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, ha sottolineato gli abusi che si sono verificati negli ultimi tempi. Concordo con questa analisi sottolineando il corto circuito che si è verificato tra certa informazione e certa magistratura, nel diffondere i contenuti delle intercettazioni”. Conclude: “ Credo però che la spettacolarizzazione dei contenuti delle conversazioni sia altamente lesivo dell’onore e della reputazione delle persone coinvolte. Per uscire dal corto circuito bisogna prevedere la possibilità di pubblicare le intercettazioni dopo l’udienza filtro che è una buona soluzione di compromesso, in attesa della più generale riforma della giustizia che, si spera, accorci i tempi dei processi, evitando così quelli mediatici”.

Alle considerazione del Prof. Razzante, vorrei aggiungere un altro aspetto: la spesa. L’abuso che si è fatto di questo mezzo e i costi che ne sono derivati. Credo non sia da sottovalutare l’onore di spesa che può essere stabilito per libero arbitrio da un solo uomo che non dovrà comunque rendere conto ad alcuno, qualsiasi sia il risultato.

Parliamo molto di caste e del loro costo; parliamo dei costi della politica, e di questi cosa vogliamo dire? Che è giusto magari togliere qualcosa al sociale in favore delle intercettazioni? A me questo non piace.

MARCEGAGLIA: GLI SONO RIMASTI SOLO GLI ATTRIBUTI

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L’altro giorno titolavo un mio blog “Marcegaglia: più attributi che cervello”. Ovviamente, nel testo, argomentavo il titolo che stava a dire appunto, quando si occupano certi posti, non basta essere “coraggiosi” bensì è necessario avere una grande capacità di riflessione in modo da avere sempre il controllo della situazione, senza coinvolgere chi si rappresenta.

Vorrei ricordare che la sig.a Marcegaglia, si era sentita in dovere di dare il benservito al Governo così come ognuno di noi può farlo senza averne titolo specifico, così come modo di dire, in un chiacchiericcio da bar o, nel caso specifico, in un salotto. Ma lei non è “nessuno”, casualmente è il Presidente della Confindustria. La sua uscita ha avuto i plausi del centrosinistra, reazione negativa della parte opposta.

Secondo me, come scrissi, la Presidente, senza una profonda riflessione, si era “buttata”, convinta di chissà quale consenso avrebbe ottenuto anche fuori dal contesto industriale da lei rappresentato. A fargli eco è apparsa subito una inserzione a pagamento , su alcuni quotidiani, di Diego Della Valle, patron della Fiorentina (calcio) e del mercato VIP calzaturiero. Non sappiamo se i due si erano parlati prima dell’uscita: il secondo ha allargato il tiro e le l’è presa con tutta la classe politica di ogni rango e colore. Ovviamente si è tirato addosso uno scroscio di improperi generale, trasformando quello che sarebbe dovuta essere una provocazione da grande seguito in un bluff clamoroso.

Infine a tarpare completamente le ali alla Marcegaglia sono sopraggiunte le dimissioni della FIAT dall’associazione degli industriali, dettate esclusivamente da una totale bocciatura della politica condotta dalla Confidustria. Tutto questo risulta ben chiaro, senza sottintesi, nelle parole del manager più noto del momento, Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della impresa storica del Paese.

Così scrive Marchionne a Emma Marcegaglia: “Ti confermo che, come preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto dal 1 gennaio 2012».

«Cara Emma, negli ultimi mesi, dopo anni di immobilismo, nel nostro Paese sono state prese due importanti decisioni con l’obiettivo di creare le condizioni per il rilancio del sistema economico. Mi riferisco all’accordo interconfederale del 28 giugno, di cui Confindustria è stata promotrice, ma soprattutto all’approvazione da parte del Parlamento dell’articolo 8 che prevede importanti strumenti di flessibilità oltre all’estensione della validità dell’accordo interconfederale ad intese raggiunte prima del 28 giugno».

«Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato». Per queste ragioni, «che – sottolinea Marchionne – non sono politiche e che non hanno nessun collegamento con i nostri futuri piani di investimento, ti confermo che, come preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto dal 1 gennaio 2012. Stiamo valutando la possibilità di collaborare, in forme da concordare, con alcune organizzazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l`Unione industriale di Torino». L’ad del Lingotto informa Marcegaglia che «da parte nostra, utilizzeremo la libertà di azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con i nostri dipendenti e con le organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».

Parole inequivocabili, scolpite nella pietra. Bocciatura totale per Confindustria e per la politica sin qui portata avanti dalla sua Presidente: Consenso per l’azione di Governo e Parlamento: consenso che ha tolto la parola anche a coloro che avevano troppo presto applaudito il monito-sentenza della sig.a Marcegaglia.

Per concludere, sarebbe come dire, parafrasando il titolo del mio blog precedente: “Marcegagia: gli sono rimasti solo gli attributi”. Per quello che contano. 

INTER – NAPOLI: UNO SPETTACOLO ROVINATO

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Per una volta, seppur con poca competenza, vorrei scrivere di calcio. La partita Inter – Napoli ha particolarmente colpito i miei sentimenti sportivi che, pur non essendo mai indirizzati verso quei colori, il blu ed il nero, hanno destato qualcosa che somiglia tanto ad una ribellione anteriore.

Era iniziato nel migliore dei modi e tutto faceva presagire uno spettacolo di alto livello. Fra le due squadre un giusto agonismo di due contendenti che volevano dimostrare, attraverso il gioco, le loro qualità e la conquista di un primariato sulla competizione. Purtroppo, questo è stato sino ad un certo punto, poi un primo strafalcione arbitrale, quando è stata comminata una prima ammonizione ad un giocatore dell’Inter che, in quella circostanza,  aveva la sola colpa di aver tolto il pallone all’avversario, così come è regola nel calcio.

Sembrava che quello, seppur spiacevole, fosse un episodio e tutto dovesse finir li. La partita continua su una base di completa parità, con fasi di azioni alterne, veloci, belle da seguire. Il pubblico, comprese le tifoserie, poteva ritenersi soddisfatto dello spettacolo. Poi, il fattaccio. Su una azione d’attacco del Napoli, lo stesso giocatore dell’Inter che era già stato sanzionato, affrontava l’avversario nei pressi dell’area di rigore e, con vigoria ma senza cattiveria alcuna tentava di sbloccargli l’azione con il risultato di farlo cadere, per il suo stesso slancio, dentro l’area di rigore. Il nostro arbitro, che evidentemente non aveva visto bene il fallo, se fallo vi era, e la posizione dove era avvenuto, ha decretato un rigore inesistente e, per conseguenza logica ha sanzionato per la seconda volta il giocatore dell’Inter che veniva espulso.

Un episodio che ha guastato lo spettacolo, aprendo la stura a tante polemiche: c’è stato un susseguirsi di dichiarazioni poco piacevoli che in qualcuna di esse  non traspariva più lo spirito sportivo che dovrebbe essere all’origine di queste contese. Lo stesso Presidente dell’Inter, sempre così pacato, si è lasciato andare sino a parlare di quattrini persi e di interessi intaccati. Proprio una brutta conclusione.

Morale: forse il Napoli non aveva la necessità di questi episodi per vincere la contesa, ed ora rimane nella parte avversa il dubbio che il risultato sia bugiardo e, nessuno può provare il contrario, così come nessuno può escludere l’errore umano, poichè anche gli arbitri appartengono a questa razza, possono sbagliare. Ma, nel caso specifico, almeno per chi come me stava godendosi lo spettacolo, la sensazione che ne ha tratto è stata più di incompetenza, che di errore. E’ logico che le intemperanze non possono essere premiate ma è pur vero che anche li forse è meglio prevenire. Chi avrebbe dovuto farlo, considerato che sembra, il nostro arbitro, non sia nuovo a simili errori, non lo ha fatto  con il risultato: uno spettacolo rovinato.

MERCEGAGLIA: PIU’ ATTRIBUTI CHE CERVELLO

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Tempi duri per il governo. Per Bersani è un’ossessione, per noi un incubo sentirlo; Casini lo sostiene a giorni alterni, invocando, qualche volta, una morale sempre facile in casa altrui; la Chiesa non lascia molto spazio esprimendo un pensiero dettato più dal rischio ICI e quant’altro che da un vero sentimento sociale, solo che forbito da parole ricercate e un pò ambigue. I sindacati sono ormai circondati nell’immenso da quando hanno delegato la loro voce a chi rappresenta le associazioni datoriali (pronunciare Confindustria fa molto demodé). Perciò  la Signora Mercegaglia ha ormai acquisito, dopo anni di silenzio prono, il diritto di dettare i tempi della politica.

Bisogna prendere atto che anche lei ha diritto di parola, finite le prebende dello Stato, cioè finiti i tempi dei contributi a fondo perduto, terminate le agevolazioni per impianti nelle regioni più povere del mezzogiorno, impianti che poi regolarmente sono stati lasciati li a morire assieme a quelle maestranze che tanto avevano sperato e per le quali quello Stato ladrone si è talmente indebitato che ora non solo deve provvedere con i suoi gioielli ma anche inventandosi nuove forme per dare fiato al rilancio di quelle industrie che la signora rappresenta. Si, un pò di storia non guasta. Sembrano lontani quei tempi quando si inventarono l’estensione del Mezzogiorno sino a Trento e Trieste passando per la Toscana, e, attraverso la “Cassa” che elargiva contributi a strafottere, lo Stato continuava ad indebitarsi. Allora, guarda caso, il novanta per cento di coloro che dicevano di andare a sud per investire, erano gli stessi che ora la signora Mercegaglia rappresenta; gli stessi che si sono poi attribuite quelle imprese a Partecipazione statale liquidate a costo zero. E’vero però che in quei tempi non entravano nel merito di chi governava e come governava. Chiunque ci fosse al governo andava bene, purchè ricevesse le loro lobby.

Ora sembra tutto sia cambiato, ora abbiamo il l’Amministratore Delegato della FIAT che si alza una mattina e decide di chiudere uno stabilimento a Termini Imerese (anche quello era stato fatto con i contributi e le agevolazioni di ‘pantalone’) e chi deve intervenire per far vivere ancora millecinquecento famiglie? Lo Stato, noi! Un altro giorno quella stessa persona si sveglia con il pensiero di convocare i lavoratori di Pomigliano d’Arco a Napoli e cosa gli dice? Se volete lavorare dovete farlo a modo mio, prendere o lasciare, altrimenti chiusura. Per chi non lo sapesse, quello stabilimento che occupava circa ottomila dipendenti, era stato costruito dal solito Stato, cioè sempre noi cittadini, e affidato all’Alfa Romeo. Era il fiore all’occhiello dell’industria italiana, qualcuno decise un giorno che quelle macchine non si vendevano e, assieme a tutta l’Alfa, anche quella realtà partenopea passò, a costo zero, ai signori del Piemonte, gli fu data con privilegio con la convinzione e con l’impegno che, essendo italiani, avrebbero mantenuto lo stato occupativo che già di per se stesso rappresentava un capitale ma che aumentava maggiormente con il valore dei siti.

Ieri, tanto per tornare a bomba, la signora Mercegaglia si è sentita in dovere di minacciare di lasciare il tavolo (non si sa se quello dove ha mangiato sino ad ora o quello che potrebbe rappresentare il nuovo desco) se non si addiviene ai suoi desideri di cambio di governo. Tutto questo, con una punta di malizia, fa pensare che essendo il governo apparentemente debole per soddisfare le richieste dei suoi aderenti, è meglio cambiare. Questa ipotesi appare tanto vicina che riprendendo lo stesso discorso del Presidente degli industriali appare anche più verosimile. Infatti dice: “… se lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi si mantiene così alto ci saranno problemi sul versante del credito per le banche e per i cittadini. “Non sta a noi dire che il Governo deve cambiare – ha dichiarato – ma c’è una grande urgenza di fare delle cose, le riforme profonde che portano sacrifici per tutti, ma anche vantaggi. Ci vogliono scelte forti per individuare le risorse per la crescita, per investire sull’occupazione dei giovani e per ridurre le tasse”.

Questi sono i nobili propositi della nostra industria, ora pensano ai giovani ma continuano a produrre precari; chiedono la riduzione delle tasse ma, alla fine chi le paga sono i lavoratori, anche quelli precari, e i pensionati; chiedono misure urgenti per la crescita ma non investono nel loro paese, in molti sono andati ad investire i guadagni fatti in Italia sull’altra sponda del Mediterraneo o nei Paesi dell’Est, alcuni già stanno spostando le loro terga in Cina, ma lì, credo, non abbiano tutte le agevolazioni cui sono abituati; e i loro risparmi, quelli guadagnati nei tempi d’oro, che fine hanno fatto? Perché non investono quelli anziché piangere e minacciare? O forse si aspettano che tornino i bei tempi?

Che tristezza. Un cambiamento ci vuole, forse bisognerebbe farlo in modo molto profondo, l’unica cosa che impensierisce è con chi farlo. La nostra classe politica ha espresso il peggio di quanto si possa immaginare, la parte intellettuale non sembra esprima molto, quella dell’impresa la vediamo e, comunque, in ogni caso il rischio è quello di cadere dalla padella nella brace, dalla Chiesa c’è poco da aspettarsi, da quella parte auguriamoci solo che si dedichi alla cura delle anime con serietà. Auguriamoci bene perché ad osservare gli auspici, i segni non sono buoni.