Perché è difficile si vada alle elezioni anticipate a giugno

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Sembrerà strano, ma non è certo da prendere sottogamba la decisione del Campidoglio di aver raggiunto l’accordo con la Roma romanista per la costruzione dello stadio a Tor di Valle. Questa operazione, non certo di basso profilo, ridà fiato ai pentastellati e porta una “barca di voti”, motivo per cui le controparti devono e stanno maggiormente attente agli sviluppi che, questa operazione, apparentemente banale, non diventi la classica buccia di banana su cui scivolare.

Tutto questo non può far perdere di vista quanto si sta muovendo negli altri schieramenti  che non possono certo nascondere le preoccupazioni che derivano in casa altrui.

Vi sono, quindi, fondati motivi per ritenere che sia tramontata la possibilità voluta (?) Renzi di elezioni anticipate a Giugno. Se anticipo vi sarà non potrà che essere a settembre-ottobre, ossia prima di una manovra economica  che avrà –si ritiene– componenti di “lacrime e sangue”  e, quindi, tale da far perdere suffragi ai partiti di governo. C’è del vero nelle preoccupazioni renziane di un bilancio dello Stato condizionato da Bruxelles e tale da determinare conseguenze negative sul piano elettorale. Meglio, quindi, rimandare la manovra all’inizio della legislatura quando, cioè, ci sarà tempo di recuperare gli elettori persi perché contrari ai provvedimenti adottati. Questo, però, è ottenibile anche votando in autunno come, del resto, Matteo Renzi avrebbe concordato con Silvio Berlusconi per giungere alla “grande coalizione” perché nessuno dei tre schieramenti (ed uno, quello di centrodestra, di fatto non facile da determinarsi) avrebbe  la maggioranza  come ha confermato un recentissimo sondaggio. Ufficialmente, quindi, un governo Pd-Forza Italia-Ncd e centristi sarebbe conseguenza  di uno stato di necessità, mentre in realtà è frutto di un’intesa capace di portare, successivamente, al Partito della Nazione.

La conferma indiretta viene, come accennato, dal sondaggio pubblicato da “Repubblica”: Pd ancora primo partito con il 28% con solo un 3,2% perso per  gli scissionisti, i 5Stelle al secondo posto, ma in calo perché al 25,3%, mentre Lega e Forza Italia sono quasi alla pari con il 12,9 la prima ed il 12,8 la seconda , Fratelli d’Italia  migliora e va al 5,3 e il nuovo partito di  di estrema destra con segretario Alemanno non va oltre un misero 0,3%.  Fermo al 3,3% il Nuovo Centro Destra e con appena lo 0.5% i centristi. In sostanza se anche il centrodestra fosse unito sarebbe  sotto di un 0,6% rispetto ai partiti di governo e, anche recuperando Alfano, che comunque Salvini non vuole, non si raggiungerebbe la necessaria maggioranza così come la otterrebbe il Pd  alleandosi con l’estrema sinistra, scissionisti compresi, avendo il movimento di Pisapia il 3,9%, Sinistra Italiana l’1,5%  e Rifondazione Comunista lo 0,8.

E’ vero che il 40% non si esprime, ma  gli astensionisti sono la maggioranza di questa percentuale e, dunque, anche altri eventuali votanti  si dividerebbe sui vari partiti senza provocare grandi cambiamenti.

Appare, quindi, evidente che Renzi, andando avanti per conto proprio  e puntando alle elezioni a giugno senza avere il consenso di Berlusconi che si sentirebbe di nuovo tradito dal leader dem, rischierebbe di fare la fine di Bersani  quando non riuscì a fare un governo. Possibile voglia corriere un tale rischio? Credo proprio di no. E, comunque, il presidente Mattarella non vuole assolutamente il voto così anticipato, considerato i troppi problemi che angosciano i cittadini e gli impegni internazionali dell’Italia. In sostanza, il Capo dello Stato potrebbe imporre un programma abbastanza stretto da rendere impossibile andare alle urne in giugno.

Ecco perché i renziani non hanno fatto le barricate per sostenere le primarie ai primi di aprile accontentandosi di chiudere per il 30 dello stesso mese. Tattica, ossia una finzione per dimostrare di cedere in parte  alle insistente della minoranza rimasta nel partito e , in particolare, di Emiliano  che chiedevano di spostare le primarie almeno a giugno. Così  Franceschini, alleato determinante di Renzi,  ha potuto fare la figura del mediatore che riesce nell’intento visto che aveva proposto di aprire i gazebo per la scelta del segretario ai primi di maggio ed ha ottenuto il 30 aprile. .

Va,infine, considerato  che l’ex-segretario del Pd ed ex-premier non è andato in California e nella Silicon Valley  insieme al suo amico Carrai per una viaggio di piacere o, come insinuano i suoi avversari, d’affari, bensì  per   approfondire i cambiamenti che stanno intervenendo con l’industria 4.0  che  negli Stati Uniti sta conoscendo  innovativi sviluppi  proprio per evitare che i progressi tecnologici  e il  collegato  rischio di perdita di posti di lavoro  finiscano di scardinare assetti societari ancora validi. Non v’ha dubbio, infatti,  che , ad esempio,la robotica determini un forte abbassamento nell’impiego di lavoro umano  provocando non solo forti negatività sociali, ma addirittura devastando sia i bilanci degli Stati, delle Regioni e dei Comuni  per la conseguente diminuzione delle entrate fiscali a tutti i livelli, sia intere categorie professionali, ponendo la necessità di una diversa formazione scolastica e, soprattutto, universitaria.

Sbagliano, per questo, coloro che con supponenza vanno in tv, com’è accaduto anche l’altra sera su La7,  ad irridere  Renzi proprio  per  il  suo  viaggio in una Valley erroneamente descritta come sorpassata sul piano dell’innovazione

Forse è arrivato il momento di smetterla con gli apriorismi e con la politica del “contro  a prescindere”  per affrontare la realtà di un mondo che sta profondamente cambiando e nel quale si sta determinando una rivoluzione industriale  che spesso, purtroppo, la politica  non comprende  e che l’Europa della Merkel, perse le sue radici e la sua genialità,  con quell’assurdo egocentrismo, pare ignorare.

PD: UNA SCISSIONE A META’ EMILIANO E CUPERLO RESTANO

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Anche se non ufficiale, una mezza scissione nel PD c’è gia stata e, a ben vedere era quella che voleva Renzi. Vi è da dire che  ormai quella minoranza composta dai leaders della vecchia guardia del PCI/DS non poteva più rimanere all’interno di un partito che non gli appartiene più di un partito che gli ha scippato gli  ideali, quelli che sono sempre stati la ragione della loro vita politica poi, fondamentale, ormai l’inconciliabilità con Matteo Renzi, considerato dalla Ditta un corpo estraneo, addirittura un “usurpatore”.

Comunque, è’ una scissione a metà quella che si sta determinando nel Pd. Il fronte scissionista, infatti, perde pezzi importanti. Michele Emiliano, come era prevedibile, si pone in alternativa a Renzi,  un po frutto  degli appelli angosciati all’unità di Romano Prodi ed Enrico Letta, oltre ai sondaggi che mostrano la contrarietà della maggioranza degli elettori dem all’uscita dei bersaniani e dalemiani. E se Gianni Cuperlo,la testa pensante della minoranza, pur severamente critico nei confronti di Renzi (“ci ha dato tre anni di umiliazioni”) si schiera insieme a Damiano a sostegno della candidatura a segretario del ministro Orlando che scenderebbe in campo proprio per offrire  una sponda anche chi vorrebbe uscire.

Il governatore della Toscana Rossi, che insieme a Speranza  ed Emiliano aveva firmato il documento-diktat inviato al segretario dimissionario, non si è mai fidato del suo collega pugliese, dava per scontato che sarebbe rimasto nel Pd.  L’onorevole Boccia, braccio destro dell’ex-magistrato, aveva già lasciato filtrare ottimismo  sul rimanere nel Pd.

Pare, inoltre, significativo che ben due istituti, come  Ipr e Technè, avevano  effettuato , per “Porta a Porta “ un sondaggio tra gli elettori Pd, considerando tre candidature a segretario dei dem: Renzi, Orlando ed Emiliano, oltre ad altri interessanti dati.

L’ex-premier  supera il 60% in ogni caso con punte del 67%. Orlando si attesterebbe al 30% se fossero stai  unici candidati, in alternativa e al 12-15 con la presenza di Emiliano che otterrebbe il 21-25%. Resterebbe, comunque, da vedere se il ministro della Giustizia rimarrebbe in gara con la presenza di un terzo concorrente e, comunque, l’opposizione a Renzi potrebbe attestarsi sul 40%, contribuendo a limitare la perdita dei suffragi con una scissione diciamo a metà. Una scissione che il 7% degli elettori dem non vuole  e che, senza una parte della minoranza, potrebbe diminuire il bacino dei potenziali voti: dall’8-10% al  5-6.5% di altri sondaggi. Voti che la nuova vittoria di Renzi potrebbero essere recuperati tra i moderati assenteisti dalle urne grazie anche – ed è quasi un assurdo- alla campagna contro l’ex-premier che Grillo ha iniziato a fare con un ironico appello a Renzi: “stai ricostruendo la DC. Non mollare: farò delle cose magnifiche per te sulla rete”. Forse il  patron dei 5Stelle  ritiene così di danneggiare l’ex-premier almeno a sinistra: Di certo gli farebbe recuperare  e molto tra i molti che ancora rimpiangono proprio la DC.

Comunque, la soluzione  del piccolo “giallo Emiliano” con la sua candidatura alla segreteria PD, ci porta a ritenere che, come tutto fa credere, nel prossimo futuro  lo vedremo probabilmente a Roma,  magari addirittura al governo.

Intanto, mentre s’avvia la macchina congressuale dei dem, con l’obiettivo di elezioni anticipate a settembre-ottobre,  Silvio Berlusconi conferma di essere ancora tra i protagonisti della scena politica , trait-d’union a livello internazionale tra Trump e Putin,  castigatore a livello italiano di Salvini, sino al punto da   rispolverare, provocatoriamente, la vecchia  idea di un Zaia candidato premier del centro-destra che, comunque, difficilmente avrebbe la maggioranza parlamentare e, quindi, accentuare il solco con il segretario leghista, irriso  addirittura con la proposta di candidare Bossi nelle liste di una Forza Italia che, nei sondaggi, ha già superato la Lega. Chi, ad iniziare dagli scissionisti dem, si attendeva di vedere il Cavaliere ormai out  avrà, quindi, una nuova   delusione . E sarà cocente se, come tutto fa credere, la Corte di Giustizia europea lo riabiliterà, consentendogli di ricandidarsi per dare una decisiva mano alla creazione del Partito della Nazione.

CHI VUOLE LA SCISSIONE, RENZI O GLI OPPOSITORI?

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Tutto secondo programma. Renzi lascia ‘uscire’ le minoranze, si dimette perché si debba convocare il congresso e le primarie; il Governo almeno sino ad ottobre rimane in vita, saranno proprio i fuoriusciti a dargli ossigeno necessario; Berlusconi sistema le sue cose, personali e di partito, lancia il governatore del Veneto Zaia con la candidatura a Premier del Centro-destra; Salvini, con buona pace di tutti, manterrà la sua linea di “Noi con Salvini” collocandosi all’estrema destra, forse, con la Giorgia Meloni e pochi altri; nel 2018 si avvererà il sogno dei due leaders Berlusconi e Renzi, con il Partito della Nazione in  salsa B&R.

Dopo questa tirata di fanta-politica (poco fantasia e molto neopolitica) passiamo all’esame degli accadimenti di questi giorni.

Gli oppositori di Renzi vogliono la scissione che a lui non dispiace. Tutto ora è giocato sull’evitare il cerino in mano   di una rottura che appare incomprensibile come ha detto Franceschini. Che, con scarsa fortuna e, forse, senza grande convinzione, continua a mediare insieme a Martina, Zingaretti e Fassino. Il fatto è che tutto pare già scritto perché la minoranza del Pd insiste su questioni che appaiono di lana caprina e non dice chiaro e tondo che non intende stare in un partito che vedrà certamente di nuovo l’ex-sindaco di Firenze segretario. Il vero problema è tutto qui, con la sua consueta chiarezza l’ha fatto capire il governatore della Puglia Michele Emiliano, candidato alla segreteria, ma già con le valigie come gli altri due candidati Enrico Rossi, governatore della Toscana, e il bersaniano Roberto Speranza. Ossia i tre che hanno promosso per sabato, proprio alla vigilia dell’Assemblea dove tutto si deciderà, la riunione degli anti-renziani per stabilire il da farsi come, ad esempio, un ultimo appello come quello di Pierluigi Bersani:  “bloccate Renzi o tutto è perduto” già caduto, per ora, nel vuoto  e con scarsissima possibilità di essere accolto, considerato che la maggioranza del Pd è blindata con renziani e franceschiniani e la sinistra di Martina anche se la quarta componente, quella dei “giovani turchi”, scriocchiola perché il presidente del partito Matteo Orfini, intransigente nei confronti degli ex-compagni d’un tempo, è stato messo in minoranza  dal ministro Orlando che aveva assunto in direzione una posizione autonoma avendo intravisto la possibilità di una sua candidatura alla segreteria  come mediazione tra le correnti. Ora, però, ha fatto marcia indietro ed è rapidamente rientrato nei ranghi della maggioranza con l’alibi della proposta franceschiniana di inserire nel congresso una parte di conferenza programmatica con le primarie il 7 maggio. visto  anche che  Renzi ha annunziato per il 10-12 marzo una grande conferenza del Pd per un confronto interno e per  definire anche il programma relativo alle elezioni amministrative di giugno. Si terrà, significativamente, al Lingotto di Torino dove, nel 2007, Walter Vetroni annunziò, con una importante relazione, la sua candidatura alla guida dei dem, dando così vita al nuovo movimento politico.

Il tutto, ovviamente, ha consentito ai  franceschiniani di sottolineare  che non ci sarà,   a giugno, il  voto politico anticipato come  non chiedeva la minoranza e come, invece, volevano i renziani  che in realtà avevano già abbandonato quell’idea visto l’accordo con i berlusconiani per ottobre.

Dario Franceschini, nell’illustrare in una intervista i passi avanti compiuti nei confronti della minoranza e definendo, per questo, inconcepibile una scissione, dimostra, però, che il problema di una parte della sinistra del Pd è un altro. Lo dice con estrema chiarezza. Dopo aver polemicamente premesso che lui, da segretario uscente, aveva perso le primarie vinte da Bersani e, come impone la democrazia, aveva poi collaborato con il vincitore, ha detto: “c’è sempre stato un atteggiamento in quelli che hanno perso le primarie del 2013 di considerare Renzi  un usurpatore.” E tanto per affondare il dito nella piaga ha aggiunto: “Ho visto, e non l’ho dimenticato, un pezzo del partito votare no alla fiducia posta da un governo guidato dal segretario del partito.”

Mi pare che  siano dichiarazioni pesanti che sembrano  prevedere una scissione già decisa dagli interessati  e su questa linea sì è posto anche lo stesso Renzi  che ha fatto un puntiglioso elenco di  proposte fatte, poi rifiutate dalla minoranza in un secondo tempo rilanciate dagli stessi oppositori, quindi accettate dal segretario ed ora di nuovo rifiutate. Questo ad iniziare dal congresso anticipato. Leggete questa significativa frase: “voglio evitare qualsiasi divisione, ma se dopo che ho detto sì al congresso  insistono con il discorso che vogliono la scissione……  non accetto ricatti.”

Poi un nuovo attacco a D’Alema: “di solito il suo obiettivo è distruggere il leader del suo partito se il capo non è lui.” Infine: “il dubbio è che vogliano la rottura,ma io rimango in campo con umiltà e tranquillità, ma anche con coraggio e determinazione, lanceremo le nostre idee ed i nostri sogni”.

Non mi pare, in sostanza, che esistano margini di manovra  e nel “fermate Renzi” di Pierluigi Bersani traspare tutta l’inconciliabilità tra molti dirigenti ex-diesse e l’attuale leader del Pd che proviene da un’altra cultura, quella   democratica cristiana, non a caso in una intervista odierna ha citato Giorgio La Pira che invitava i politici a guardare all’”ansia della povera gente”.

SANTA TERESA GALLURA ED IL NUOVO CENTRO ECOLOGICO DI “BUONCAMMINO”

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Santa Teresa ha tante cose belle, il mare, le sue spiagge, i panorami, i tramonti e chi più ne ha più ne metta. c’è anche un nuovissimo di zecca “punto di raccolta e conferimento rifiuti ordinari speciali”.

Uno si aspetta che essendo nuovo tutto funzioni alla perfezione, le esperienze precedenti dovrebbero essere state sufficienti per correggere qualche carenza. Ebbene, purtroppo,non è così. Siete costretti a sostituire un forno elettrico? Poveri voi: andate in questo centro pubblico e li vi dicono: “Il centro è chiuso, non possiamo ricevere nulla”. Allora si chiede cosa si deve fare  per smaltire l’elettrodomestico. Risposta: “ In Comune c’è un ufficio competente, è presso quell’ufficio che potrà trovare risposta”. L’utente, tranquillo, prende la strada e si reca presso quell’ufficio. Viene ricevuto garbatamente da un funzionari simpaticissimo che come prima risposta dice. “Purtroppo non so che dirle, sono sorti dei problemi ed ora, almeno per qualche giorno ci troviamo con il centro chiuso”. L’utente si offre a trovare una soluzione condivisa: conferire l’involucro ad una centro privato con l’impegno che poi venga smaltito al più presto. Il funzionario si attiva immediatamente, telefona, parla con una persona si mettono d’accordo. Attacca il telefono e, con un ampio sorriso, dice all’utente: si, è desueto, ma si può fare, vada tranquillo, anzi, se vuole, le faccio un biglietto in modo che il custode del centro privato non le faccia osservazione. L’utente dice subito che non è necessario, conosce il custode che gli crederà sulla parola. Stretta di mano, saluto cordiale e parte.

Scarica l’elettrodomestico incriminato e rassicura l’addetto che sarebbe stato ritirato a brevissimo. Sorrisetto ironico: tranquillo, dico io, ho avuto l’assicurazione e l’impegno del funzionario responsabile che tutto sarebbe stato sistemato nell’immediatezza.

Passano oltre venti giorni ed il più molto citato forno è ancora nello stesso posto dove l’utente lo aveva depositato.

Attenzione,  professionisti, cittadini, utilizzatori di apparecchi elettronici (computer, stampanti, schermi, forse anche televisori) se si esauriscono, si rompono, dovete sostituirli? No assolutamente non  è possibile. Come, uno deve lavorare, lo deve usare, ormai non ne può fare più a meno, come può risolvere questo suo problema?

Acquista un nuovo apparato, prende quello vecchio ormai inutilizzabile, lo carica sulla sua auto e, via. Da buon ed educato cittadino si reca alla discarica e li trova il cancello chiuso. Ci sono degli operatori che non si girano dalla parte dell’utente che, a sua volta, rimane li in attesa in quanto sentiva delle donne chiacchierare tranquillamente dentro un casotto/ufficio, la sua speranza e che primo o poi, qualcuno si accorga della sua presenza. Ha fortuna, si apre uno spiraglio di una finestrella del container, una voce femminile che chiede cosa volesse la persona. La risposta : “devo conferire dell’ingombro”. Deve aspettare perché più di un auto per volta non può entrare. L’utente fa presente che non è necessario che entri con la macchina deve solo conferire una stampante.

E, no, la stampante non possiamo accettarla. Come? No le stampanti non possiamo accettarle, non sapremo dove metterle. Ed io cose ne faccio? Bhe, veda lei, noi non le riceviamo. L’utente dice: guardi che io sono in regola con i pagamenti. Si lei paga, ma noi non possiamo accettare materiale elettronico, Vada pure all’ufficio ecologia del Comune.

L’utente rimane sbigottito, pensa subito a quel simpaticissimo funzionario che sicuramente gli fornisce il massimo della assicurazioni che fra pochi giorni gli ritireranno la stampante: ma, riflette l’utente, e se fosse come per il forno? Oppure per uno scaldabagno messo ordinatamente su via Capotesta da tempi immemorabili ed è meglio non andare oltre.

Morale: cari cittadini, preparatevi, quando dovesse capitarvi di avere del materiale elettronico da smaltire, pensateci subito.Non si consiglia di fare nessuna class action per ottenere uno scorporo dalla imposta sui rifiuti, piuttosto, predisponete un angolino all’interno della  vostra abitazione e lì, finchè la capienza velo consente, conservate gelosamente quelle carcasse perché il Comune di Santa Teresa non vuole imbrattare le sue inimitabili bellezze, neppure il nuovo Centro Ecologico, insomma,  non prevede che certi materiali si usurino e si debbano pure smaltire.

Due parole al Signor Sindaco: sarà il caso di intervenire perché certi disservizi siano sanati? Il forno è sempre allo stesso posto, forse due parole dell’istituzione politica non cadrebbero a vuoto.

L’OPPOSIZIONE INTERNA PD MESSA ALL’ANGOLO, NON ESCLUDE UNA SCISSIONE

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Pur non essendo un grande ammiratore/sostenitore del Festival di Sanremo devo,ammettere che è stata la Direzione del PD ad oscurare i riflettori del Festival. E’ stato, appunto, quel batti ribatti della pallina in una partita di ping-pong sulla coniugazioni di due verbi, uscire, restare.

In questa girandola di ipotesi, qualche osservatore ha addirittura immaginato una posizione della minoranza con gioco a rialzo e, come se si trattasse di sprovveduti della politica, senza rendersi conto che assumere questo atteggiamento avrebbe favorito la posizione di Renzi, ed infatti, tutto come previsto con un Matteo pimpante che si rilancia grazie ad  una relazione di indubbio spessore.

Non entro nel merito delle ipotesi  o delle previsioni dei vari osservatori che, come ritengo ovvio, sono attentissimi a queste vicende che significano il futuro immediato del Paese ed è proprio vedendo i risultati di quella Direzione, anche se ancora si rimane in un mare di incertezze, La cosa che è molto chiara è la road map  disegnata alla direzione del Pd: congresso anticipato con le vecchie regole, primarie per eleggere il nuovo segretario e per la data delle elezioni decideranno Parlamento e Capo dello Stato. Tradotto in modo comprensibile per i cittadini: due mesi e mezzo, non di più a partire dall’Assemblea convocata per il prossimo week end, conferma per Renzi e probabile voto politico anticipato, ma ad ottobre  dopo aver varato la nuova legge elettorale proporzionale corretta da una percentuale di collegi uninominali e da uno sbarramento tra il 3-4%.

Compatta la maggioranza che sostiene Renzi, ossia renziani, area dem di Franceschini, giovani turchi (dai quale di fatto è uscito il ministro Orlando che ha votato contro  perché non voleva il congresso) e sinistra del ministro Martina: 107 voti a favore della relazione del segretario, 12 contrari e 5 astenuti, mentre una parte della minoranza non ha partecipato al voto.

Nessuna concessione, per ora, dunque, agli oppositori, messi all’angolo e sfidati a decidersi: dentro o fuori e se rimanete dovete accettare le decisioni della maggioranza che emergerà dal congresso, basta con le risse. “Non voglio nessuna scissione .– ha precisato   Renzi –  Se deve essere  sia sulle idee, senza alibi, non sul calendario, non prendiamo in giro la nostra gente”.  Ed ancora: “Cari amici e compagni della minoranza, mi dispiace che mi consideriate il vostro incubo, Io non vi considero avversari nostri avversari sono fuori da queste nostre stanze.” Eppoi altre battute  ed i  continui riferimenti polemici soprattutto nei confronti di Massimo D’Alema che, in platea accanto a Speranza, non ha mosso un muscolo, ma nemmeno è intervenuto nel dibattito per replicare. In sostanza un Renzi all’attacco  e capace di affrontare, nella relazione, vari importanti temi, ad iniziare da un inedito esame di  una globalizzazione che ha tolto persone dalla povertà, ma ha distrutto il ceto medio in Europa e negli Stati Uniti ,facendo anche arricchire di più i già ricchi.

Bersani ed Emiliano, che aveva annunciato di candidarsi a segretario, l’hanno presa proprio male, evocando, ancora, venti di scissione. Nelle prossime ore, nei tre giorni che precedono il  week end dell’Assemblea  vedremo se è annuncio di tempesta inevitabile o tatticismo congressuale. L’impressione è che, ormai, da una parte e dell’altra ci sia la volontà di rottura .

Renzi ha giocato le sue carte sul fronte di un centrosinistra vecchia maniera e di un futuro governo di coalizione che, con l’alibi dello stato di necessità perché nessun schieramento ha la maggioranza in Parlamento, vedrà inevitabilmente l’alleanza tra il Pd, senza una parte della sinistra interna, Forza Italia, verso la quale stanno di nuovo guardando gli alfaniani, e  un gruppetto di centristi, sbarramento elettorale permettendo. In sostanza ecco il percorso per trasformare il Pd ed alleati nel Partito della Nazione che era alla base del Patto del Nazareno.

Riusciranno i nostri eroi nell’impresa? Finora, tutto sembra congiurare a loro favore. Probabilmente non avremo più un Renzi segretario del Pd e presidente del Consiglio, lui stesso ha detto che un ciclo politico  si è concluso, ma l’ex-sindaco di Firenze ed il Cavaliere  avranno, quasi  certamente, la loro rivincita.

e’ pur vero che i due dovranno mettersi d’accordo sulla data del voto, visto che Berlusconi ha più detto che anticipare il voto è pura follia. D’altra parte, Forza Italia ha necessità di tempi più lunghi se vuole schierare Berlusconi.

 

ORMAI SI GIOCA, QUASI, A CARTE SCOPERTE

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La sceneggiata Renzi-Berlusconi ha raggiunto vertici altissimi con la presenza, consapevole e no, di molti attori. Spesso anche chi scrive cade nella trappola, fuorviati da dichiarazioni, indiscrezioni filtrate ad arte e con alcuni cronisti politici che, nell’assillante ricerca di uno scoop, si fermano alle apparenze invece di fare dove ossibile, verifiche e,soprattutto, adeguate approfondite analisi .

Così, chi ha occasione di seguire talkshow televisivi e di   leggere più quotidiani o settimanali contemporaneamente, troverà notizie contrastanti, scenari diversi, ipotesi addirittura da fantapolitica come quella che Renzi starebbe per lasciare il Pd per fondare un nuovo partito, ma tutto con un unico eguale sbocco: una  “grande coalizione” per stato di necessità  dopo il voto,anticipato o no, dal quale non è uscita una maggioranza parlamentare. Ovviamente quella  “grande coalizione” sarebbe  possibile, come ho più volte scritto, per avere la maggioranza anche al Senato, solo tra Pd-Forza Italia-Nuovo Centro Destra-centristi , oggi diversamente schierati. In realtà, come abbiamo da tempo scritto, questa alleanza è il frutto di un nuovo Patto  del Nazareno tra i due ex-premier, affinato e concluso da colloqui Renzi-Gianni Letta. Un Patto che ora ha fatto capolino sul “Corriere della Sera”, in vena di scoop, ma con protagonisti sbagliati perché escluderebbe proprio l’attuale segretario del Pd e vedrebbe, sì, sulla scena Letta, Gianni, con un  cambio di interlocutori: i ministri Franceschini e Orlando che, comunque si sono affrettati a smentire, giurando fedeltà renziana, tuttavia lasciando dubbi come volevano gli autori della vera sceneggiata.

Anche le incertezze e le polemiche sulla data delle elezioni dovrebbero far riflettere  gli osservatori  perché le presunte incertezze  derivano proprio dal citato Patto che per realizzarsi ha bisogno di un Silvio Berlusconi tornato candidabile e capace di portare un suo contributo personale in più ai forzisti come dicono i sondaggisti e, quindi, assicurare  alla coalizione una stabile maggioranza anche alla Camera. Per questo è necessario attendere la sentenza, prevista favorevole, della Corte di Giustizia europea. Se verrà entro giugno  sia andrebbe  alle urne probabilmente in ottobre, in caso contrario alla scandenza normale. La  direzione del Pd, oggi, darà qualche indicazione in più e chissà  non sia lo stesso Renzi a dare indirettamente lumi  se, dando le dimissioni da segretario, optasse per il congresso anticipato del Pd, come aveva proposto, facendo poi marcia indietro e come ora chiede la sua sinistra interna.

Comunque sia  sulla “grande coalizione” concordata dai due ex-premier  vengono  due importanti conferme a legger bene due interviste comparse su “Repubblica” e sul “ Corriere della Sera”. La prima è di un altro ex-premier; Massimo D’Alema: la seconda al presidente del Partito Popolare Europeo, l’europarlamentare francese Joseph Dual  a Roma per incontrare Berlusconi.

D’Alema sorprende perchè  abbandona la recente idea della scissione tra i dem, parla del Congresso, vorrebbe un segretario diverso da Renzi e dice un secco no alla proposta di Franceschini-Del Rio, avversata anche dal presidente del partito Orfini, di un premio di maggioranza alla coalizione per la quale ha dato la sua disponibilità l’estrema sinistra di Pisapia. E lo dice  sia con la motivazione che Pisapia non vuole insieme Alfano che, a sua volta, non intende  saperne dell’ex-sindaco di Milano, sia che lui non ha “mai fatto parte della sinistra della sinistra, ma sempre del centro della sinistra ed il Pd deve andare alle elezioni con una sua lista aperta alla società. Ha, poi, aggiunto che magari non si otterrà il 40%, ma i dem ci andrebbero vicino. Fatto sta che dovrebbero fare, comunque, una coalizione e l’unica, anche se non lo dice, è quella con Forza Italia.  Mi pare , dunque, estremamente significativa l’intervista di un D’Alema che si dice lontano dalla sinistra estrema e vede “oggi uno scenario diverso” da quello che portava alla scissione.

Da parte sua il presidente del PPE Dual recita, di fatto, il de profundis ad una eventuale intesa Forza Italia-Lega, Leggete queste sue frasi ; “La Lega di Salvini non è quella di Bossi,nessuna delle due avrebbe  posto nel Ppe, ma con quella di Salvini non è nemmeno possibile un’alleanza  che rispetti i nostri valori fondamentali. Salvini è un populista e un antieuropeo.”

Più chiaro di così è impossibile e siccome Berlusconi è  parte fondamentale dei popolari europei, al punto da aver piazzato addirittura a presidente dei popolari europei uno dei suoi esponenti, ossia Antonio Tajani, appare impossibile  l’alleanza con i leghisti guidati da un populista alla Le Pen, criticata nell’intervista da Dual. Si metta, quindi, l’animo in pace il presidente della Liguria Toti, ex-giovane socialista toscano: il suo sogno di far da numero 2 al premier Salvini. E chissà non  siano costretti ad una pesante delusione coloro che tra i dem temono di rivedere  quasi una riedizione della DC  come ha rievocato proprio D’Alema – Che alla precisazione dell’intervistatore sulla coalizione “da Alfano e Pisapia secondo Franceschini e Del Rio”, ha risposto: “Ma Pisapia ha già detto che non ci sta. Quindi sarebbe da Alfano a Franceschini e Del Rio. Mi ricorda qualcosa, si chiamava Democrazia Cristiana.”

Stai a vedere che, alla fine, anche l’ex-leader comunista non preferisca  vedere la presenza  del nemico-amico Silvio Berlusconi in una “grande alleanza “ alla tedesca che non escluda il centro della sinistra, leggere l’attuale minoranza dem indispensabile per avere la maggioranza al Senato.Tutto questo,  guarda caso, secondo  la strategia messa a punto da Matteo Renzi ed il Cavaliere non visibile solo da chi non vuole o non sa vedere.

LA SCENEGGIATA RENZI-BERLUSCONI NON INCANTA PIU’

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I sondaggisti nei giorni scorsi hanno fatto una proiezione sulle intenzioni di voto e, sui risultati, quale governo sarebbe stato possibile. E’ emerso che, votando con l’Italicum corretto dalla Consulta, applicando la legge anche al Senato, risultato, nessuna forza politica ha raggiunto quel 40% per ottenere il premio di maggioranza, utile per governare.

Esprimendo in seggi le risultanze delle intenzioni di voto del nostro sondaggio, non sono sufficienti i 115 di un nuovo Ulivo(Pd-Sel-sinistra italiana) i 103 del centrodestra oltretutto allargato al Ncd e Udc  ed i 148 nel caso di una improbabile alleanza antisistema M5Stelle-Lega e Fratelli d’Italia.

Con questi dati, l’unica coalizione possibile per poter dare vita ad un governo stabile, risulterebbe quella tra Pd-Forza Italia-Ncd e centristi, formula,oltretutto obbligata per avere la maggioranza anche al Senato fino a 167 voti su 315.

Questo, ovviamente, stando ai sondaggi attuali che, sulla carta, vedrebbero una maggioranza risicatissima alla Camera, non considerando che una riabilitazione di Berlusconi  porterebbe, secondo gli esperti, un 5% in più a Forza Italia che potrebbe addirittura recuperare consensi tra gli elettori di centro assenteisti perché non accettano l’alleanza con l’estremismo di Salvini.

Questa volta , forse, è una necessità per  attendere la sentenza della Corte di giustizia di Bruxelles e per evitare scissioni che, in un caso o nell’altro, impedirebbero il successo della strategia concordata. Resta, comunque,il fatto che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno dato vita ad una nuova sceneggiata.

Tutto questo porta a pensare che, a parole strepitano che vorrebbero elezioni anticipate a  giugno, ma hanno, in realtà, concordato che si voterà ad ottobre, così perdono tempo nel varare la nuova legge elettorale.

A parole il Cavaliere  rilancia il centrodestra ed il segretario dem l’appartenenza  a sinistra  anche non escludendo più  un premio di maggioranza per la coalizione, ben sapendo che nemmeno  un nuovo Ulivo  raggiungerebbe il 40%  e che tutto verrebbe rinviato a dopo il voto

In sostanza, avremmo un ritorno ad un centro-sinistra vecchia maniera con un grosso centro ed una sinistra moderata. Già oggi, infatti, nel Pd ha ai vertici molti ex-dc: il segretario Renzi, il vice-segretario Guerini, il presidente dei deputati  Rosato, i ministri Del Rio, Franceschini che è anche a capo di una forte corrente che sostiene  il segretario, Romano Prodi, Marini, il gruppetto degli ex-popolari, Enrico Letta, tanto per fare alcuni nomi, aggiungete gli ex-dc del Ncd, con in testa il segretario Alfano ed il capogruppo alla Camera Lupi,    considerate  Casini, che credo sia ancora presidente dell’Internazionale Dc, ed il ministro dell’Ambiente  Galletti, chiudete con  il segretario dell’Udc Cesa  ed avrete l’idea di quale centro-sinistra si tratti. Non mi meraviglierei, ad esempio, di veder tornare a Palazzo Chigi  come sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, sì braccio destro e vero consigliere politico di Berlusconi, ma non iscritto a Forza Italia e vero uomo delle istituzioni che ha  trattato con Renzi le linee generali della nuova legge elettorale .

Ovviamente, questa è la strategia concordata  e gli ostacoli possono essere dietro l’angolo. I segnali, comunque,  sono precisi e tutti vanno in direzione di una “grande coalizione” sull’esempio tedesco, ossia nata da uno stato di necessità, per  la verità creato ad arte in Italia e facilitato dall’intesa Trump-Putin  che vede Berlusconi molto attivo grazie all’amicizia con il presidente russo ed ai contatti riservati (anche  un viaggio-lampo a New York) con il nuovo presidente americano presso il quale ha accreditato Matteo Renzi  che si è rapidamente riposizionato dopo gli eccessivi entusiasmi per la Clinton.

Non lasciatevi, quindi, incantare da dichiarazioni, interviste(da leggere dietro le righe in molti casi)  fatte per tener buoni i dissidenti  forzisti e dem. Non fatevi, ad esempio, incantare dai Toti di turno, ormai fuori gioco da prendersi i rimbrotti della Gelmini per il suo iper-salvinismo. Sì, il Pd è scosso da venti di scissione pericolosi per la “grande coalizione”, ma le ultime uscite dei renziani, sì alle primarie  a breve, forse anche il congresso, eventualmente  sostituito da un ampio dibattito e   sì al premio di maggioranza per la coalizione  vanno tutte in direzione della minoranza che attende solo  qualche atto concreto di Renzi per rimanere nel partito ed accettare, per stato di necessità, una “grande coalizione” alla tedesca  già addirittura evocata dal presidente dem Orfini, uno dei leaders dei “giovani turchi”. Eppoi, diciamo la verità, ad essere un po’ maligni si può dire che il potere piace a tutti e non si rifiuta qualche posto di ministro o di sottosegretario, concedendo che si possa anche avere la convinzione di essere utile all’affermazione delle proprie  idee.

L’importante è, però, che la politica esca dalle sabbie mobili di uno smodato interesse di parte  e del sobillare gli animi  per un voto in più, talvolta presunto. Solo così potrà ritrovare  la sua più nobile funzione: quella  d’essere dalla parte dei cittadini e di eliminare corruzione, ingiustizie, gravi sperequazioni, ripartendo dagli umili. In una parola di privilegiare gli interessi generali.

Possiamo avere questa speranza? Auguriamoci di sì perché con  una nuova delusione nei confronti di partiti ed istituzioni, già al lumicino in termini di fiducia degli italiani, il rischio sarebbe il caos, la violenza con la devastazione di un Paese che  anche nella nuova geopolitica mondiale  può, invece, avere  un ruolo importante nel Mediterraneo.

E’ FINITA LA VOGLIA DI EUROPA?

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Che la risposta data dall’Italia a Bruxelles non trovava il gradimento della Merkel era già cosa risaputa, anzi oserei dire che qualunque fosse stata la nostra risposta non sarebbe mai stata consona con quella che quella signora della potente terra germanica, formata dalla scuola dei vopos  di Ulbrik. L’Italia gli ricorda troppo le sue origini e il debito morale che  deve per averla ammessa, con la nostra politica e con i nostri soldi, ad  integrarsi ed ora vorrebbe liberarsi di tutti coloro che le possono ricordare chi era e da dove proviene.

La proposta che gli è scappata ieri, diretta esclusivamente a nostro uso e consumo, sarebbe da sfruttare: e se quella proposta la facessimo nostra e ci ponessimo a capo  di quella seconda velocità che viene tanto auspicata e lasciassimo alla Germania quella Europa ad alta velocità, e ci riunissimo con tutti quegli stati che viaggiano, secondo la Merkel ad una velocità più contenuta e che si affacciano sul Mediterraneo, magari lasciando la Francia di Holland, qualora non si verificasse una eventuale vittoria della Le Penne, a fare da zerbino all’alta velocità della Mekel? A chi ci vede viaggiare a velocità ridotta si dovrebbe dire che gli alleati, gli italiani se li scelgono da soli non hanno bisogno di consulenze di nessun genere.

Non bisogna disconoscere che nel passato, ma anche in tempi recenti, sia la politica che anche noi cittadini, non siamo mai stati molto parsimoniosi. Ci lamentiamo delle città sporche, nello stesso modo lo facciamo per le tasse che ci vengono imposte. Non ci piace la sporcizia ma ci pesa differenziare il pattume. Questo, seppur banale, come piccolo esempio,.

Allora, quello zero virgola 2 che ci vorrebbero far pagare con una richiesta di inflazione ci dice che siamo ormai al capolinea e inutile sarebbe andare a cercare le cause che ci hanno portato a questa situazione, dovremmo partire da lontano e, anche se lo facessimo non arriveremmo a nulla. Certo tutto questo non credo fosse nello spirito europeista di Spinelli, come non era era nella mente di DeGasperi, Schuman, Monnet, di Spaak, del Lussemburghese Bech, di Adenauer, quando a Roma firmarono il primo trattato per la nascita di questa Europa. Erano talmente convinti dei loro sentimenti per poter immaginare che un giorno vi potesse essere una affrancata come la Merkel che si sarebbe permessa di tirare l’orecchio ad uno degli stati fondatori. Certo se quei signori si soffermassero un momento a meditare, e mi riferisco anche a quel signor Juncher che poco ha in comune con   Bech, avrebbero un diverso rispetto verso il nostro Paese, anzi, mi chiedo spesso che cosa ci stiamo a fare in quel consesso. Parliamo tanto dei nostri parlamentari nazionali, quanto ci costano, e non ci soffermiamo mai a valutare quanto risparmieremmo se i nostri eletti al Parlamento europeo, di rappresentanza e quanto mai inutili, non ci fossero. Si, perché chi non ci pensa sappia che quella rappresentanza è tutta sulle spalle dei cittadini italiani e che quei costi sono fuori da quei venti miliardi annui che il nostro Paese paga come quota di appartenenza ad un club diventato inutile, almeno per noi, e della quale ci viene restituita solo in parte.

Fermiamoci un attimo a guardare quel famigerato debito pubblico: è esorbitante, nessuno può negarlo, vi sono, però, due cose importantissime  da tener conto, la prima è che l’Italia non è la Grecia, ma, vorrei dire ancora che il nostro debito è per due terzi circa nei confronti dei cittadini e delle banche italiane. E loro, con i sudditi colonizzati tedeschi, vorrebbero giudicare e commissariare uno degli Stati fondatori di questa Europa che sta tradendo la storia che l’ha vista nascere, gli intenti per cui è nata e vorrebbe essere.

Forse sarebbe meglio se, anticipando  la signora Merkel e la stessa Commissione europea, cominciassimo a fare tutte le operazioni necessarie per uscire da questo organismo che non è più il nostro e, se dovesse vincere la Le Pen in Francia, non sarebbe neppure loro, di quei francesi che tanto si sentono legati al carro della signora Merkel.

Se Salvini, per un attimo, sospendesse di rivolgere il suo pensiero alle elezioni anticipate e si ponesse a capo di un comitato per la richiesta di un referendum abrogativo della nostra presenza in quella Europa che non ci appartiene, forse allora qualcuno riuscirebbe a far capire che senza Italia diventa difficile fare Europa.

Attenzione, l’idea di uscire dal gruppo non sarebbe, poi, neppure tanto peregrina se si riuscisse ad avere una moneta più debole dell’euro, ma più reale secondo l’economia più diffusa nel continente, Da una moneta con una valutazione più umana, avremmo un grosso vantaggio nelle esportazioni ed a pagarne il fio sarebbero proprio quelle nazioni forti che  che vorrebbero metterci in castigo per quella politica dissennata del risparmio che portail nostro Paese contro ogni possibilità di crescita. Certamente, diverso sarebbe stato se a suo tempo questo ragionamento lo avesse fatto il sig. Prodi e ci avesse evitato di dover pagare un marco 1936 lire e spicci, trattando sul valore effettivo medio delle monete europee, anzichè accettare prono le proposte tedesche dell’epoca, oggi la situazione sarebbe stata ben diversa, non solo per noi ma per l’intera regione europea.