MERCEGAGLIA: PIU’ ATTRIBUTI CHE CERVELLO

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Tempi duri per il governo. Per Bersani è un’ossessione, per noi un incubo sentirlo; Casini lo sostiene a giorni alterni, invocando, qualche volta, una morale sempre facile in casa altrui; la Chiesa non lascia molto spazio esprimendo un pensiero dettato più dal rischio ICI e quant’altro che da un vero sentimento sociale, solo che forbito da parole ricercate e un pò ambigue. I sindacati sono ormai circondati nell’immenso da quando hanno delegato la loro voce a chi rappresenta le associazioni datoriali (pronunciare Confindustria fa molto demodé). Perciò  la Signora Mercegaglia ha ormai acquisito, dopo anni di silenzio prono, il diritto di dettare i tempi della politica.

Bisogna prendere atto che anche lei ha diritto di parola, finite le prebende dello Stato, cioè finiti i tempi dei contributi a fondo perduto, terminate le agevolazioni per impianti nelle regioni più povere del mezzogiorno, impianti che poi regolarmente sono stati lasciati li a morire assieme a quelle maestranze che tanto avevano sperato e per le quali quello Stato ladrone si è talmente indebitato che ora non solo deve provvedere con i suoi gioielli ma anche inventandosi nuove forme per dare fiato al rilancio di quelle industrie che la signora rappresenta. Si, un pò di storia non guasta. Sembrano lontani quei tempi quando si inventarono l’estensione del Mezzogiorno sino a Trento e Trieste passando per la Toscana, e, attraverso la “Cassa” che elargiva contributi a strafottere, lo Stato continuava ad indebitarsi. Allora, guarda caso, il novanta per cento di coloro che dicevano di andare a sud per investire, erano gli stessi che ora la signora Mercegaglia rappresenta; gli stessi che si sono poi attribuite quelle imprese a Partecipazione statale liquidate a costo zero. E’vero però che in quei tempi non entravano nel merito di chi governava e come governava. Chiunque ci fosse al governo andava bene, purchè ricevesse le loro lobby.

Ora sembra tutto sia cambiato, ora abbiamo il l’Amministratore Delegato della FIAT che si alza una mattina e decide di chiudere uno stabilimento a Termini Imerese (anche quello era stato fatto con i contributi e le agevolazioni di ‘pantalone’) e chi deve intervenire per far vivere ancora millecinquecento famiglie? Lo Stato, noi! Un altro giorno quella stessa persona si sveglia con il pensiero di convocare i lavoratori di Pomigliano d’Arco a Napoli e cosa gli dice? Se volete lavorare dovete farlo a modo mio, prendere o lasciare, altrimenti chiusura. Per chi non lo sapesse, quello stabilimento che occupava circa ottomila dipendenti, era stato costruito dal solito Stato, cioè sempre noi cittadini, e affidato all’Alfa Romeo. Era il fiore all’occhiello dell’industria italiana, qualcuno decise un giorno che quelle macchine non si vendevano e, assieme a tutta l’Alfa, anche quella realtà partenopea passò, a costo zero, ai signori del Piemonte, gli fu data con privilegio con la convinzione e con l’impegno che, essendo italiani, avrebbero mantenuto lo stato occupativo che già di per se stesso rappresentava un capitale ma che aumentava maggiormente con il valore dei siti.

Ieri, tanto per tornare a bomba, la signora Mercegaglia si è sentita in dovere di minacciare di lasciare il tavolo (non si sa se quello dove ha mangiato sino ad ora o quello che potrebbe rappresentare il nuovo desco) se non si addiviene ai suoi desideri di cambio di governo. Tutto questo, con una punta di malizia, fa pensare che essendo il governo apparentemente debole per soddisfare le richieste dei suoi aderenti, è meglio cambiare. Questa ipotesi appare tanto vicina che riprendendo lo stesso discorso del Presidente degli industriali appare anche più verosimile. Infatti dice: “… se lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi si mantiene così alto ci saranno problemi sul versante del credito per le banche e per i cittadini. “Non sta a noi dire che il Governo deve cambiare – ha dichiarato – ma c’è una grande urgenza di fare delle cose, le riforme profonde che portano sacrifici per tutti, ma anche vantaggi. Ci vogliono scelte forti per individuare le risorse per la crescita, per investire sull’occupazione dei giovani e per ridurre le tasse”.

Questi sono i nobili propositi della nostra industria, ora pensano ai giovani ma continuano a produrre precari; chiedono la riduzione delle tasse ma, alla fine chi le paga sono i lavoratori, anche quelli precari, e i pensionati; chiedono misure urgenti per la crescita ma non investono nel loro paese, in molti sono andati ad investire i guadagni fatti in Italia sull’altra sponda del Mediterraneo o nei Paesi dell’Est, alcuni già stanno spostando le loro terga in Cina, ma lì, credo, non abbiano tutte le agevolazioni cui sono abituati; e i loro risparmi, quelli guadagnati nei tempi d’oro, che fine hanno fatto? Perché non investono quelli anziché piangere e minacciare? O forse si aspettano che tornino i bei tempi?

Che tristezza. Un cambiamento ci vuole, forse bisognerebbe farlo in modo molto profondo, l’unica cosa che impensierisce è con chi farlo. La nostra classe politica ha espresso il peggio di quanto si possa immaginare, la parte intellettuale non sembra esprima molto, quella dell’impresa la vediamo e, comunque, in ogni caso il rischio è quello di cadere dalla padella nella brace, dalla Chiesa c’è poco da aspettarsi, da quella parte auguriamoci solo che si dedichi alla cura delle anime con serietà. Auguriamoci bene perché ad osservare gli auspici, i segni non sono buoni.



 

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